giovedì 22 febbraio 2007

LA PRIMA INTERVISTA - Matt Halsdorff

Le riprese cominciano di fronte al nuovo stadio, l'intervista arriva sino in California.
Matt Halsdorff si definirebbe principalmente come un “viaggiatore”. E’ questa la ragione che lo ha spinto fino a Torino nell’estate del 2004. Nato in Orange County (California) nel 1979, Matt è cresciuto tra le sponde dell’Oceano Pacifico e le grandi distese desertiche dell’Ovest degli Stati Uniti. Terminato i suoi studi universitari ha decisco di lasciare la California per intraprendere un lungo viaggio nel mondo in compagnia di uno zaino, qualche centinaio di dollari e un diario.
Sulla strada ha incontrato nuovi amici collezionando a lot of strane storie. A Torino è arrivato con il pensiero di fermarsi 3 mesi ma è ancora qui dopo due anni. Ora lavora come insegnante d’inglese in città ma quando non è in aula puoi trovarlo in viaggio per l’Italia o, più facilmente, ad un tavolo intento ad assaggiare nuovi vini in compagnia di amici. E’ un vero appassionato di sport, particolarmente del “suo” football, quello americano. Da sempre tifoso dei Washington Redskins, una squadra che veste il colore granata…

Il suo amore per il Toro è nato una domenica, quando due suoi studenti lo hanno invitato allo Stadio dell Alpi in Curva Maratona. Lo spirito granata, la storia e la passione dei tifosi lo hanno convinto che questa era la squadra di calcio per lui.
Ha vissuto le sofferenze e le gioie del Toro di queste due ultime annate lasciandosi coinvolgere totalmente. Ora sostiene la squadra dalla Curva, nello Stadio delle Alpi e al Comunale, o in giro per lo stivale vivendo anche alcune trasferte.



Nella foto il set dell'intervista tra le "piscine" davanti all'Olimpico. Ecco la troupe: Andreas con la nasona e Davide con la discreta. Poi gli intervistatori: Ruben e Giuliano. Al centro la Star.
Tutto molto PANE E SALAME !

A breve estratti video dell'intervista.

mercoledì 7 febbraio 2007

COSA CI SPINGE A FARE QUESTO DOC (ruben)


Per me che arrivo da un paese di provincia, Torino è la Città. Perchè fin da bambino sai che prima o poi ti ci confronterai. Perchè forse deciderai di andare lì a studiare o a lavorare, forse andrai a viverci. Tutto ciò è accaduto.

Le mie prime frequentazioni con Torino mi avevano dato l'impressione di una città che tende a respingerti, ancorata ai suoi modi. Poi “la passione ha vissuto qui” e Torino si è concessa di cambiare. Ma qualche anno fa la città non era troppo interessata a comunicare con l’esterno.
C'era però una cosa in grado di scardinare ogni riservatezza, vinceva qualsiasi diffidenza dandoti l’opportunità di un’intesa immediata: il Toro.
Era sufficiente che il barista all'angolo si accorgesse della sciarpa granata sotto il cappotto che da un semplice caffé si passava ad un’animata discussione sull’ultimo furto dei gobbi.
Il vicino di casa che il giorno prima neanche ti guardava, notando la bandiera che sventolava sul tuo balcone, il dì seguente ti avrebbe salutato con un sorriso d'intesa.
C'era insomma un’anima granata in città. Un’anima che era lo specchio della mia.

Discutendo della realizzazione di questo documentario è stato subito evidente come il racconto della squadra dovesse recuperare le tracce granata presenti in città.
Il Toro infatti è memoria, di un passato indomito che rimane ancora intatto tra le macerie dei suoi stadi o tra i vessilli che sventolano per le vie cittadine.
Ma il Toro è sopra ogni cosa la sua gente, i suoi tifosi. Coloro che permettono alla squadra di ricominciare, di perpetuare uno spirito che rifugge le definizioni e prosegue il cammino dei suoi Padri.
Ogni tifoso è depositario di una serie di ricordi legati alla sua squadra del cuore.
Per quanto mi riguarda il Toro è anche mio nonno. Lui, tifoso del Grande Torino, viveva e lavorava in Torino città. Con lui iniziai a fantasticare degli Invincibili.
Lo immaginavo sugli spalti del Filadelfia a pochi metri da Gabetto, da Ossola o da capitan Valentino. Allo stadio sotto l'ombrello nei pomeriggi piovosi o esultante tra i primi tifosi della curva. Mi raccontava come fosse sentita la rivalità nei confronti della “goeba” e di come l’essere tifosi del Torino rappresentasse fonte d'immenso orgoglio.
Un ricordo particolare riguarda il giorno del funerale del Grande Toro. Mio nonno era appena stato assunto in una banca del centro e, per chi come lui era nato povero, ciò significava l’occasione della vita. Proprio in quel periodo si verificò la tragedia di Superga. La Città si strinse attorno ai suoi eroi e anche lui voleva fare altrettanto. Il giorno del funerale tutti i torinesi sarebbero scesi in strada per partecipare al funerale ma questa possibilità pareva non fosse concessa ai nuovi impiegati di banca, costretti a mantenere aperto la banca anche in quelle ore. Le proteste sue e dei colleghi non servirono a nulla, sarebbero dovuti rimanere sul posto di lavoro. Che fare? Il rischio di licenziamento era evidente. Ma anche la cosa giusta lo era.
Con decisione comune chiusero lo sportello, se i grandi capi avessero deciso per il licenziamento, avrebbero dovuto licenziarli tutti. Loro non avrebbero fatto mancare l’ultimo saluto ai giocatori del Grande Torino.

Questa è solo una delle vicende e delle memorie che vanno a costituire un vero e proprio patrimonio del tifoso granata. Lo spirito che andiamo cercando nella realizzazione del progetto GRANATADOC è in qualche modo legato ad uno striscione presente in Maratona, attraversa tutta la curva e recita a grossi caratteri: FORZA VECCHIO CUORE GRANATA.

giovedì 1 febbraio 2007

COSA CI SPINGE A FARE QUESTO DOC (giuliano)

I progetti, si sa, hanno spesso origini tortuose. Quando tre anni fa in curva Maratona quest’idea in punta di piedi cominciò ad emergere tra i nostri pensieri, io e Ruben, fido compagno di avventura, eravamo solo incuriositi e affascinati dal mondo del tifo. Era il campionato 2004/5, il primo di due anni indimenticabili, quello della prima promozione per intenderci, quello di Ezio Rossi e Zaccarelli, di Pinga e Marazzina.

Per ragioni diverse, entrambi ci eravamo trasferiti a Torino città ad inizio settembre e così, se negli anni precedenti avevamo frequentato la curva in maniera saltuaria, a partire da quell’anno ci ricordammo con piacere di santificare le feste a domeniche alterne.

In maratona c’eravamo sempre stati ovviamente, ma in maniera defilata, un po’ in alto in quella parte di secondo anello che al Delle Alpi restava illuminato dal sole delle 15, un luogo di confine tra chi cantava sempre e comunque e chi cantava riprendendo fiato di tanto in tanto.

C’è una sacralità allo stadio e un ordine da rispettare, il centro della curva è il vero cuore pulsante, man mano che ci si allontana le pulsazioni arrivano in maniera attenuata. Il nostro posto era sempre stato quello, un luogo a metà: attratti dagli ultras, ma allo stesso tempo bloccati da un timore reverenziale per quelli che stavano “al di là”, nella zona centrale. Stavamo sul bordo a guardare…

Poi arrivò quell’anno e le cose cambiarono: iniziammo il campionato in quel limbo e lo finimmo contro il Perugia stretti stretti e felici e ubriachi di tifo e di Toro in mezzo alla Maratona, parte integrante del battito di quel cuore TO-RO! Fu per noi una sorta di educazione sentimentale, un felice riavvicinarci al calcio. Da quell’anno il Toro non lo guardo più in tv e le trasferte le ascolto piuttosto per radio…

Poi l’estate della disfatta. Alla delusione per il fallimento della società, si aggiunse l’incredulità per il tradimento di tutti i giocatori, nessuno, tranne Tommaso Vailatti e Jimmy Fontana, dimostrò di essere un uomo da Toro, nessuno neppure quelli che avevano avuto l’onore di vestire la fascia che fu di capitan Valentino e di Ferrini, neppure chi fino a pochi giorni prima aveva giurato fedeltà e attaccamento alla maglia.

Balzaretti – molti addetti ai lavori e ex del Toro dissero – aveva fatto bene, professionalmente, s’intende. Quella prima parte di estate mostrò chiaramente il solco che divideva i tifosi e i giocatori: per i primi il Toro è una scelta di vita, un modo di vivere, per i secondi con poche eccezioni è una squadra per cui lavorare. Ma al tifoso del Toro non bastano dei giocatori che giochino bene al calcio, prima di tutto vuole vedere in campo uomini veri.

La tragedia, come tutti sanno, questa volta fu solo sfiorata e finì in maniera agrodolce con l’arrivo di Cairo: il Toro era salvo, ma la squadra no. Come sessant’anni prima, contro l’Albinoleffe, 10 settembre 2005, il clima è irreale, tutti i giocatori sono cambiati e nessuno conosce quelli nuovi in campo!

Poi l’anno scorre via tranquillo con gli alti e bassi di stagione, ma con una strana consapevolezza comune in curva: per il centenario sarà serie A. Quest’idea rischia di trasformarsi in un’illusione collettiva quando col Mantova, all’andata dei play-off la squadra si smarrisce e perde 4 a 2, tra gli applausi dei tifosi granata in trasferta. Al ritorno serve un miracolo, i 60 mila del Delle Alpi ci credono e Rosina-Muzzi-Nicola, firmano la promozione. La seconda in due anni.

Di nuovo un’estate bollente, si cambia stadio e la Maratona si stringe. Inizia la corsa all’abbonamento e la prelazione allo Sweet: tessera n° 38 e n° 39, io e Ruben siamo iscritti agli UG 1969.

E così, in questi tre anni, la nostra iniziale curiosità per il mondo degli ultras è cresciuta, si è allargata a tutti tifosi, ha preso forma ed è diventata un progetto per raccogliere testimonianze, immagini, sensazioni che permettano di capire più in profondità cosa voglia dire Tifare Toro per tutti noi.

PER ME TIFARE TORO VUOL DIRE...

Per me Tifare Toro vuol dire... non tifare solo per la squadra del momento, vuol dire tifare con la stessa voglia e la stessa energia per Franco Ramallo e Alessandro Rosina, tifare per la squadra che c’è stata e per quella che ci sarà, tifare per me stesso e per tutti gli altri intorno, tifare per esorcizzare la morte che si prese anche gli Invincibili, tifare perché il Toro è rinascita e resistenza, tifare perché il Toro è vita.

Questo per me vuol dire Tifare Toro, e per voi?


SCRIVI IL TUO SIGNIFICATO QUI!


DUBBI E CERTEZZE

Intraprendendo il progetto GRANATADOC per la realizzazione del documentario TT – Tifare Toro, ci siamo trovati di fronte ad una domanda preliminare che riguarda la giustificazione stessa dell’opera.

Passato l’anno del Centenario e il diluvio di trasmissioni televisive, pubblicazioni da edicola, nuovi libri e documentari, che cosa resta ancora oggi da scrivere, cosa ancora da filmare e da mostrare che non sia già stato detto o già fatto?

Ci sembra che tra calendari, almanacchi, storie ufficiali e ufficiose del club (di cui per altro anche noi ci nutriamo in quanto tifosi), esista qualcosa di ancora nascosto, di non esplorato. Si tratta forse del lato più autentico, più delicato e sfuggevole di tutta la storia del Toro, vale a dire i suoi tifosi, unici veri eredi dei valori e degli ideali originari.

Ma chi sono i tifosi del Toro? Che cosa vuol dire Tifare Toro? Quali sono i denominatori comuni che li uniscono?
A partire da questi interrogativi si è sviluppata l’idea di un documentario che provasse a fare il punto sul significato del Tifare Toro oggi, cent’anni dopo.

IL FILM

Una produzione Anemic Cinema, TT Tifare Toro, è una viaggio attraverso i sentimenti, i valori, le sofferenze e le gioie del tifo granata.


L’intento è quello di capire le radici del tifo granata, che cosa sia stato in passato e cosa significhi essere del Toro oggi, a cent'anni dalla nascita della società. La telecamera si spinge all’interno dello stadio fin nel cuore delle curve Maratona e Primavera, dando voce alle diverse anime del tifo.

Ma TT – Tifare Toro è anche un viaggio attraverso i luoghi che hanno fatto la storia del Torino e di Torino, un percorso della memoria che attraverso le interviste racconta la vita e la città che c’era, che tenta di scoprire se il tempo abbia modificato i sentimenti dei tifosi oppure se la passione resta immutata.

TT – Tifare Toro vuole essere un documentario che nasce dal basso, che non racconta la storia ufficiale, ma che fa propria la prospettiva dei tifosi, di tutte le età e di tutte le provenienze. Un documentario all’insegna dello spirito Toro, a cavallo tra le esperienze allo stadio e la vita di tutti i giorni.