
Per me che arrivo da un paese di provincia, Torino è la Città. Perchè fin da bambino sai che prima o poi ti ci confronterai. Perchè forse deciderai di andare lì a studiare o a lavorare, forse andrai a viverci. Tutto ciò è accaduto.
Le mie prime frequentazioni con Torino mi avevano dato l'impressione di una città che tende a respingerti, ancorata ai suoi modi. Poi “la passione ha vissuto qui” e Torino si è concessa di cambiare. Ma qualche anno fa la città non era troppo interessata a comunicare con l’esterno.
C'era però una cosa in grado di scardinare ogni riservatezza, vinceva qualsiasi diffidenza dandoti l’opportunità di un’intesa immediata: il Toro.
Era sufficiente che il barista all'angolo si accorgesse della sciarpa granata sotto il cappotto che da un semplice caffé si passava ad un’animata discussione sull’ultimo furto dei gobbi.
Il vicino di casa che il giorno prima neanche ti guardava, notando la bandiera che sventolava sul tuo balcone, il dì seguente ti avrebbe salutato con un sorriso d'intesa.
C'era insomma un’anima granata in città. Un’anima che era lo specchio della mia.
Discutendo della realizzazione di questo documentario è stato subito evidente come il racconto della squadra dovesse recuperare le tracce granata presenti in città.
Il Toro infatti è memoria, di un passato indomito che rimane ancora intatto tra le macerie dei suoi stadi o tra i vessilli che sventolano per le vie cittadine.
Ma il Toro è sopra ogni cosa la sua gente, i suoi tifosi. Coloro che permettono alla squadra di ricominciare, di perpetuare uno spirito che rifugge le definizioni e prosegue il cammino dei suoi Padri.
Ogni tifoso è depositario di una serie di ricordi legati alla sua squadra del cuore.
Per quanto mi riguarda il Toro è anche mio nonno. Lui, tifoso del Grande Torino, viveva e lavorava in Torino città. Con lui iniziai a fantasticare degli Invincibili.
Lo immaginavo sugli spalti del Filadelfia a pochi metri da Gabetto, da Ossola o da capitan Valentino. Allo stadio sotto l'ombrello nei pomeriggi piovosi o esultante tra i primi tifosi della curva. Mi raccontava come fosse sentita la rivalità nei confronti della “goeba” e di come l’essere tifosi del Torino rappresentasse fonte d'immenso orgoglio.
Un ricordo particolare riguarda il giorno del funerale del Grande Toro. Mio nonno era appena stato assunto in una banca del centro e, per chi come lui era nato povero, ciò significava l’occasione della vita. Proprio in quel periodo si verificò la tragedia di Superga. La Città si strinse attorno ai suoi eroi e anche lui voleva fare altrettanto. Il giorno del funerale tutti i torinesi sarebbero scesi in strada per partecipare al funerale ma questa possibilità pareva non fosse concessa ai nuovi impiegati di banca, costretti a mantenere aperto la banca anche in quelle ore. Le proteste sue e dei colleghi non servirono a nulla, sarebbero dovuti rimanere sul posto di lavoro. Che fare? Il rischio di licenziamento era evidente. Ma anche la cosa giusta lo era.
Con decisione comune chiusero lo sportello, se i grandi capi avessero deciso per il licenziamento, avrebbero dovuto licenziarli tutti. Loro non avrebbero fatto mancare l’ultimo saluto ai giocatori del Grande Torino.
Questa è solo una delle vicende e delle memorie che vanno a costituire un vero e proprio patrimonio del tifoso granata. Lo spirito che andiamo cercando nella realizzazione del progetto GRANATADOC è in qualche modo legato ad uno striscione presente in Maratona, attraversa tutta la curva e recita a grossi caratteri: FORZA VECCHIO CUORE GRANATA.
Le mie prime frequentazioni con Torino mi avevano dato l'impressione di una città che tende a respingerti, ancorata ai suoi modi. Poi “la passione ha vissuto qui” e Torino si è concessa di cambiare. Ma qualche anno fa la città non era troppo interessata a comunicare con l’esterno.
C'era però una cosa in grado di scardinare ogni riservatezza, vinceva qualsiasi diffidenza dandoti l’opportunità di un’intesa immediata: il Toro.
Era sufficiente che il barista all'angolo si accorgesse della sciarpa granata sotto il cappotto che da un semplice caffé si passava ad un’animata discussione sull’ultimo furto dei gobbi.
Il vicino di casa che il giorno prima neanche ti guardava, notando la bandiera che sventolava sul tuo balcone, il dì seguente ti avrebbe salutato con un sorriso d'intesa.
C'era insomma un’anima granata in città. Un’anima che era lo specchio della mia.
Discutendo della realizzazione di questo documentario è stato subito evidente come il racconto della squadra dovesse recuperare le tracce granata presenti in città.
Il Toro infatti è memoria, di un passato indomito che rimane ancora intatto tra le macerie dei suoi stadi o tra i vessilli che sventolano per le vie cittadine.
Ma il Toro è sopra ogni cosa la sua gente, i suoi tifosi. Coloro che permettono alla squadra di ricominciare, di perpetuare uno spirito che rifugge le definizioni e prosegue il cammino dei suoi Padri.
Ogni tifoso è depositario di una serie di ricordi legati alla sua squadra del cuore.
Per quanto mi riguarda il Toro è anche mio nonno. Lui, tifoso del Grande Torino, viveva e lavorava in Torino città. Con lui iniziai a fantasticare degli Invincibili.
Lo immaginavo sugli spalti del Filadelfia a pochi metri da Gabetto, da Ossola o da capitan Valentino. Allo stadio sotto l'ombrello nei pomeriggi piovosi o esultante tra i primi tifosi della curva. Mi raccontava come fosse sentita la rivalità nei confronti della “goeba” e di come l’essere tifosi del Torino rappresentasse fonte d'immenso orgoglio.
Un ricordo particolare riguarda il giorno del funerale del Grande Toro. Mio nonno era appena stato assunto in una banca del centro e, per chi come lui era nato povero, ciò significava l’occasione della vita. Proprio in quel periodo si verificò la tragedia di Superga. La Città si strinse attorno ai suoi eroi e anche lui voleva fare altrettanto. Il giorno del funerale tutti i torinesi sarebbero scesi in strada per partecipare al funerale ma questa possibilità pareva non fosse concessa ai nuovi impiegati di banca, costretti a mantenere aperto la banca anche in quelle ore. Le proteste sue e dei colleghi non servirono a nulla, sarebbero dovuti rimanere sul posto di lavoro. Che fare? Il rischio di licenziamento era evidente. Ma anche la cosa giusta lo era.
Con decisione comune chiusero lo sportello, se i grandi capi avessero deciso per il licenziamento, avrebbero dovuto licenziarli tutti. Loro non avrebbero fatto mancare l’ultimo saluto ai giocatori del Grande Torino.
Questa è solo una delle vicende e delle memorie che vanno a costituire un vero e proprio patrimonio del tifoso granata. Lo spirito che andiamo cercando nella realizzazione del progetto GRANATADOC è in qualche modo legato ad uno striscione presente in Maratona, attraversa tutta la curva e recita a grossi caratteri: FORZA VECCHIO CUORE GRANATA.
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