giovedì 1 febbraio 2007

COSA CI SPINGE A FARE QUESTO DOC (giuliano)

I progetti, si sa, hanno spesso origini tortuose. Quando tre anni fa in curva Maratona quest’idea in punta di piedi cominciò ad emergere tra i nostri pensieri, io e Ruben, fido compagno di avventura, eravamo solo incuriositi e affascinati dal mondo del tifo. Era il campionato 2004/5, il primo di due anni indimenticabili, quello della prima promozione per intenderci, quello di Ezio Rossi e Zaccarelli, di Pinga e Marazzina.

Per ragioni diverse, entrambi ci eravamo trasferiti a Torino città ad inizio settembre e così, se negli anni precedenti avevamo frequentato la curva in maniera saltuaria, a partire da quell’anno ci ricordammo con piacere di santificare le feste a domeniche alterne.

In maratona c’eravamo sempre stati ovviamente, ma in maniera defilata, un po’ in alto in quella parte di secondo anello che al Delle Alpi restava illuminato dal sole delle 15, un luogo di confine tra chi cantava sempre e comunque e chi cantava riprendendo fiato di tanto in tanto.

C’è una sacralità allo stadio e un ordine da rispettare, il centro della curva è il vero cuore pulsante, man mano che ci si allontana le pulsazioni arrivano in maniera attenuata. Il nostro posto era sempre stato quello, un luogo a metà: attratti dagli ultras, ma allo stesso tempo bloccati da un timore reverenziale per quelli che stavano “al di là”, nella zona centrale. Stavamo sul bordo a guardare…

Poi arrivò quell’anno e le cose cambiarono: iniziammo il campionato in quel limbo e lo finimmo contro il Perugia stretti stretti e felici e ubriachi di tifo e di Toro in mezzo alla Maratona, parte integrante del battito di quel cuore TO-RO! Fu per noi una sorta di educazione sentimentale, un felice riavvicinarci al calcio. Da quell’anno il Toro non lo guardo più in tv e le trasferte le ascolto piuttosto per radio…

Poi l’estate della disfatta. Alla delusione per il fallimento della società, si aggiunse l’incredulità per il tradimento di tutti i giocatori, nessuno, tranne Tommaso Vailatti e Jimmy Fontana, dimostrò di essere un uomo da Toro, nessuno neppure quelli che avevano avuto l’onore di vestire la fascia che fu di capitan Valentino e di Ferrini, neppure chi fino a pochi giorni prima aveva giurato fedeltà e attaccamento alla maglia.

Balzaretti – molti addetti ai lavori e ex del Toro dissero – aveva fatto bene, professionalmente, s’intende. Quella prima parte di estate mostrò chiaramente il solco che divideva i tifosi e i giocatori: per i primi il Toro è una scelta di vita, un modo di vivere, per i secondi con poche eccezioni è una squadra per cui lavorare. Ma al tifoso del Toro non bastano dei giocatori che giochino bene al calcio, prima di tutto vuole vedere in campo uomini veri.

La tragedia, come tutti sanno, questa volta fu solo sfiorata e finì in maniera agrodolce con l’arrivo di Cairo: il Toro era salvo, ma la squadra no. Come sessant’anni prima, contro l’Albinoleffe, 10 settembre 2005, il clima è irreale, tutti i giocatori sono cambiati e nessuno conosce quelli nuovi in campo!

Poi l’anno scorre via tranquillo con gli alti e bassi di stagione, ma con una strana consapevolezza comune in curva: per il centenario sarà serie A. Quest’idea rischia di trasformarsi in un’illusione collettiva quando col Mantova, all’andata dei play-off la squadra si smarrisce e perde 4 a 2, tra gli applausi dei tifosi granata in trasferta. Al ritorno serve un miracolo, i 60 mila del Delle Alpi ci credono e Rosina-Muzzi-Nicola, firmano la promozione. La seconda in due anni.

Di nuovo un’estate bollente, si cambia stadio e la Maratona si stringe. Inizia la corsa all’abbonamento e la prelazione allo Sweet: tessera n° 38 e n° 39, io e Ruben siamo iscritti agli UG 1969.

E così, in questi tre anni, la nostra iniziale curiosità per il mondo degli ultras è cresciuta, si è allargata a tutti tifosi, ha preso forma ed è diventata un progetto per raccogliere testimonianze, immagini, sensazioni che permettano di capire più in profondità cosa voglia dire Tifare Toro per tutti noi.